“PRIMAVERA NON BUSSA…” LA NATURA AI TEMPI DEL Covid 19


Ci siamo fermati tutti, chiudendoci nelle nostre case, quando ancora faceva freddo ed eravamo in pieno inverno; iniziamo la nostra timida ripresa nel pieno vigore della primavera e, anche solo guardando dalle nostre finestre, possiamo cogliere lo spettacolo di una natura che non si è fermata, ma anzi ha ri-conquistato spazi che le frenetiche attività umane le avevano tolto.

Si potrebbe infatti dire che delle più belle primavere di sempre – aria pulita, cielo terso, cinguettio assordante – sia sbocciata puntuale nel pieno della pandemia.

A Milano vengono avvistati cigni nei Navigli e minilepri in un giardinetto di quartiere, tra la ferrovia e la tangenziale. A Venezia le acque dei canali tornano cristalline e piene di pesci, e i germani si posano sulle fermate del vaporetto. I delfini nuotano nel porto di Cagliari mentre i cinghiali, la sera, scorrazzano nelle vie di Sassari in cerca di cibo.

Si tratta di un vero e proprio spettacolo, documentato da tanti su social e riviste, che da un lato ci attrae per la bellezza e ci provoca stupore, dall’ altro ci porta a riflettere su quanto l’impronta umana nelle condizioni “normali” segni e condizioni il nostro pianeta.

 

Cosa possiamo inizialmente dedurre da questo fenomeno di riappropriazione degli spazi urbani da parte della natura? Gli esperti ci aiutano a leggere il fenomeno.
Secondo Peter del Tredici, botanico di Harvard, “… la natura aborre il vuoto: le erbacce crescono nella terra incolta; gli uccelli sono sempre pronti a colonizzare ogni tipo di habitat umano, dalle sporgenze delle costruzioni alle discariche di detriti nei laghi e fino alle vecchie miniere. Quello che stiamo osservando è un comportamento opportunistico per sfruttare le risorse che in questo momento non sono usate dalle persone. È questa caratteristica universale combinata con l’adattabilità che permette alla natura di affrontare i rapidi cambiamenti (soprattutto climatici)”.

Dalle meduse ai fondali, ora nei canali di Venezia si vede ogni ...

 

Secondo Menno Schilthuizen, biologo evoluzionista olandese, “…è davvero sorprendente la rapidità con cui animali e piante rispondono a questo cambiamento piuttosto sottile del nostro comportamento. Per me questa è la dimostrazione dell’adattabilità della natura, ma soprattutto del nostro impatto sugli spazi vitali di altre specie: con poche settimane di relativa inattività, gli animali stanno già cambiando il loro comportamento per colmare le lacune provocate dalla nostra mancanza di attività. Naturalmente, queste risposte a breve termine non sono cambiamenti evolutivi, ma cambiamenti opportunistici in un comportamento già flessibile”
Ma sarà anche importante andare oltre alla semplice ammirata osservazione, e cogliere l’occasione per ripensare gli spazi urbani e la loro antropizzazione sempre più spinta. Come spiega l’architetto italiano Giovanni Bellotti, “la pandemia di Coronavirus ci fa scoprire una soglia diversa di wilderness. Anzi ci rende consapevoli che non ci sono più confini: gli umani sono dappertutto, non c’è più un esterno, viviamo tutti in un grande interno planetario, senza spazi per isolarci, o in cui isolare altre specie. Sempre più spesso i nostri sono esercizi di coesistenza con il mondo naturale. E spostare la soglia, anche di poco, porta a riscoprire la fauna e la flora che cambiano in un batter d’occhio, nel giro di una marea. Questa nuova strana normalità andrebbe coltivata per riscoprire altri tipi di bellezza e di comportamenti”.

 

Ma già nell’immediato c’è un aspetto interessante che viene sottolineato da una parte della comunità scientifica, cioè il fatto che la drastica riduzione dell’inquinamento in tutte le sue forme, e nel caso specifico di quello acustico prodotto dalle attività umane, consente a scienziati e sismologi di cogliere il suono della Terra.
La sismologa Paula Koelemeijer ha raccontato a “The Atlantic” che da quando il Regno Unito ha annunciato le norme più restrittive sul distanziamento sociale, il suo sismometro ha registrato un forte calo delle vibrazioni prodotte dall’attività umana: “Normalmente non riusciamo a percepire una magnitudo di terremoto 5.5 dall’altra parte del mondo, perché solitamente c’è troppo rumore. Adesso, con meno, il nostro strumento è in grado di captarlo durante il giorno”.
C’è poi l’aspetto dell’inquinamento acustico notevolmente ridotto. Con meno traffico, gli abitanti riescono a sentire suoni che prima erano impercettibili, come il canto degli uccelli o addirittura il fruscio degli alberi. E probabilmente anche gli oceani sono più tranquilli.
Come sappiamo, è stato ampiamente dimostrato che il rumore ambientale proveniente dalle navi e da altri tipi di traffico marittimo può aumentare i livelli di ormoni dello stress nelle creature marine, che possono influire sul processo riproduttivo.
Erica Walker, una ricercatrice di sanità pubblica dell’Università di Boston, ha portato con sé un misuratore di decibel nelle sue passeggiate ed è rimasta sbalordita dalle misurazioni. Prima della pandemia di coronavirus, l’ambiente acustico in Kenmore Square, un incrocio trafficato vicino al campus, di solito era di circa 90 decibel nelle ore di punta. Durante la pandemia, poco meno di 68 decibel. In alcuni punti nell’area di Fenway Park, dove Walker ha studiato l’inquinamento acustico per diversi anni attraverso il suo programma Noise and the City , i suoi ultimi dati mostrano riduzioni vicine ai 30 decibel. “È incredibilmente un’enorme differenza”, ha detto Walker.

 


La natura sta prendendo fiato quando tutti noi tratteniamo il nostro.
E forse ci sta dicendo che c’è ancora la possibilità di cambiare, di uscire da tutto ciò con una consapevolezza diversa di noi e del nostro impatto sul pianeta, di metterci in gioco con un rinnovato senso di responsabilità globale.

Leonardo Azzimonti 5C

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