THE LAST DANCE: IL SUCCESSO RENDE FELICI?


Chi non ha mai desiderato di essere sul tetto del mondo almeno una volta? Chi non ha mai sognato di essere considerato una divinità terrena? Fama, soldi e successo sono apparentemente i codici di accesso al caveau che racchiude al suo interno la felicità, condizione a cui ogni essere umano aspira. Ma se queste chiavi fossero errate? Negli episodi 6 e 7 del documentario a puntate The Last Dance possiamo trovare la risposta a questo quesito. Trattandosi di una serie incentrata sulla squadra NBA più vincente degli anni ’90, i Chicago Bulls, i riflettori non potranno che essere puntati su Michael Jordan, probabilmente lo sportivo più popolare di sempre.

Mike ha un solo obiettivo nella testa, non quello della notorietà, bensì diventare quello che in gergo si definisce GOAT: la traduzione letterale dall’inglese è capra, ma non rende certo l’idea del reale significato; si tratta di un acronimo, Greatest Of All Time, il più grande di tutti i tempi.

La completa dedizione all’allenamento c’è e il talento è dalla sua parte, tant’è che dal momento del suo approdo nel campionato, porta nel giro di un paio d’anni i Bulls, squadra nettamente in declino, a partecipare ai playoff, la fase finale del campionato a cui accedono solo le migliori della lega.

Le sue capacità portarono tutta l’attenzione mediatica su di sé e lo costrinsero a dover gestire, talvolta a reprimere, ogni aspetto della sua vita quotidiana. Dopo i due titoli vinti nel ’91 e nel ’92 era diventato l’uomo più celebre del pianeta e non vi era attimo della sua vita (a parte all’interno delle camere di albergo in cui alloggiava, unici momenti di privacy totale) che non fosse ripreso dagli occhi del pubblico o da qualche videocamera.

Lo scandalo sulla sua presunta ludopatia fu la goccia che fece traboccare il vaso: furono scoperti ingenti debiti procuratosi sui campi da golf (il suo hobby preferito); le somme in questione raggiungevano addirittura i milioni di dollari in alcuni casi e i giornalisti dell’epoca non si fecero sfuggire l’occasione di metterlo al patibolo.

L’ambiente creatosi attorno a lui in quegli anni furono il pretesto per abbandonare il basket dopo sole 9 stagioni. La pressione mediatica era divenuta insostenibile e oppressiva. Dopo il terzo titolo consecutivo, nell’estate del 1993 annunciò il ritiro dal parquet, privando così il mondo della pallacanestro del suo immenso talento.

Ecco, forse la felicità non va ricercata nell’ascesa ai piani alti della società o alla notorietà; forse non bisogna neppure essere obbligatoriamente dei vincenti; forse è tempo di cambiare le chiavi.

 

 

Fabio Marghella 5F

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