La cucina futurista


La cucina futurista è un tipo di cucina nata all’inizio del Novecento nell’ambito delle idee innovative del Futurismo.

Il movimento futurista formulò e rense manifeste le sue idee e caratteristiche agli inizi del Novecento, come primo movimento artistico e culturale italiano  di portata europea, diffusosi in vari paesi quali Francia, Russia, Stati Uniti fino ad arrivare in Asia.  La data di nascita della prima avanguardia europea è il 20 febbraio del 1909, quando Filippo Tomaso Marinetti pubblicò su Le Figaro Il manifesto del Futurismo. Il movimento futurista coinvolse ogni forma di espressione: pittura, scultura, letteratura, musica, architettura, danza, fotografia, cinema e non di meno la gastronomia.  

Era il 28 dicembre 1930 quando il quotidiano torinese “La Gazzetta del Popolo” pubblicò a piena pagina il Manifesto della Cucina Futurista, scritto e meditato da Filippo Tommaso Marinetti.
Poeta e padre spirituale del movimento Futurista, nacque nel 1909 e rivoluzionò l’arte, la letteratura, la musica, il teatro, la danza e infine la cucina, le sue teorie rinnegavano gli stili del passato per aderire con forme vive al dinamismo della vita moderna.

La cucina futurista, espressamente definita da Marinetti come una vera e propria rivoluzione “cucinaria”, venne descritta in un manuale con tanto di ricette, menù e suggerimenti per imbandire lussuosi banchetti o per servire originali pranzi.
All’epoca ci si accontentava di poco e l’industria alimentare, salve pochissime marche, era a livello artigianale.

A rileggere oggi il manifesto gastronomico futurista, si intuisce che alcuni dei suggerimenti di Marinetti hanno trovato un’applicazione successiva nella cucina contemporanea, come per esempio l’integrazione di additivi e conservanti ai cibi o l’adozione in cucina di strumenti tecnologici per tritare, polverizzare ed emulsionare.

Le ricette che apparivano allora rivoluzionarie furono, in alcuni casi, un’anticipazione della Nouvelle cuisine all’italiana tra gli anni Sessanta e Settanta.  Essa, infatti, riserva alla presentazione del cibo un’attenzione particolare nell’amore per il dettaglio, nella raffinatezza della composizione, nel colore e nelle forme delle pietanze, esattamente come la cucina futurista.  Anche la cucina molecolare prende spunto dall’esperienza futurista.

Marinetti “esorta la chimica a trovare il modo di nutrire il corpo umano mediante pillole, composti albuminoidi, grassi sintetici e vitamine, equivalenti del cibo vero e proprio”.  Sarà così possibile raggiungere un reale ribasso del prezzo della vita e dei salari con relativa riduzione delle ore di lavoro.  Secondo il Manifesto, affinché il popolo italiano vinca una possibile futura conflagrazione, è necessaria “l’abolizione della pastasciutta, assurda religione gastronomica italiana”. 

Marinetti nomina inoltre un professore napoletano suo amico, il dott. Signorelli, il quale gli avrebbe confidato che:

“…a differenza del pane e del riso la pastasciutta è un alimento che si ingozza, non si mastica. Questo alimento amidaceo viene in gran parte digerito in bocca dalla saliva e il lavoro di trasformazione è disimpegnato dal pancreas e dal fegato. Ciò porta ad uno squilibrio con disturbi di questi organi.   Ne derivano: fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo”. 

Infine, in linea con l’autarchia fascista, secondo i futuristi l’abolizione della pastasciutta libererà l’Italia dal costoso grano straniero e favorirà l’industria italiana del riso.  Oltre alla condanna della pasta e all’assoluzione del riso, il Manifesto predicava l’abolizione della forchetta e del coltello, dei condimenti tradizionali e della politica a tavola, auspicando la creazione di «bocconi simultaneisti e cangianti», invitando i chimici ad inventare nuovi sapori e incoraggiando l’accostamento di musiche, poesie e profumi ai piatti.
I futuristi, sempre in sintonia con i dettami fascisti, si impegnarono, inoltre, a italianizzare alcuni termini di origine straniera: il cocktail divenne così la “polibibita” (che si poteva ordinare al “quisibeve” e non al bar), il sandwich prese il nome di “traidue”, il dessert di “peralzarsi” e il picnic divenne “pranzoalsole”.   Il successo maggiore lo ebbero con gli “aerobanchetti”, memorabile fu quello organizzato a Bologna nel ’31.

Non era prevista la tovaglia, che venne sostituita da foglie di alluminio e piatti di metallo, mentre la tavola era a forma di aereo, con al centro due appendici raffiguranti le ali e una motocicletta come motore.  Dopo la portata “aeroporto piccante” (insalata russa), venne servito “rombi d’ascesa” (risotto con arancia), durante il quale Marinetti proclamò: voliamo a ottomila metri: sentite come questo nutre e favorisce lo stomaco.”  Dai commensali si levò allora una richiesta urlante: “vogliamo il carburante!”  In altri termini s’inneggiava al lambrusco, che venne travasato in latte di benzina.  Furono poi anche serviti: “la sveglia stomaco”, “l’alga spuma tirrena” e “il pollo d’acciaio” (arrosto ripieno di confettini argentei).

Secondo i futuristi l’arte culinaria rivestiva un ruolo molto importante nella vita delle persone, tanto da dover essere equiparata alle arti più ‘nobili’, come la letteratura e le arti figurative.  Dal cibo dipende la forza di un popolo e i futuristi credevano fermamente che nella probabile conflagrazione futura avrebbe vinto il popolo più agile, più scattante e adatto ad una vita sempre più aerea e veloce.

 Erika Cangemi – redazione cucina

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