Il barone prigioniero


Illustrazione tratta dal libro “Cosimo” di Roger Olmos

Il baroncino Cosimo di Rondò aveva solo otto anni quando scelse, in seguito a un litigio avuto col padre, di vivere il resto della vita sugli alberi della sua cittadina, Ombrosa. Da quel momento una serie di avvenimenti riempiranno le giornate del nobile selvaggio.
Il racconto scritto da Italo Calvino nel 1957 è storicamente collocato fra diciottesimo e diciannovesimo secolo, durante la Rivoluzione Francese e l’espansionismo napoleonico, i cui avvenimenti saranno fulcro delle ultime decadi di vita di Cosimo.

Secondo la mia personale interpretazione il racconto offre la prospettiva di un’esistenza votata alla ricerca della libertà, libertà che mai verrà raggiunta: il protagonista si limiterà a percepirne il sapore, il profumo, un accenno, senza mai sperimentarla in concreto.
La nascita del baroncino all’interno di un contesto nobiliare gli impose fin da fanciullo il rispetto di rigorose regole di comportamento e l’osservanza di svariati rituali che rispettò nei primi anni di vita, poiché era ancora troppo giovane e immaturo per accorgersi delle forti limitazioni imposte dall’ambiente. L’esempio lampante ne è la narrazione del pranzo nel Capitolo I, che richiede abbigliamento adeguato, classe ed eleganza, comportamenti che cominciano a tediare e infastidire Cosimo. Nonostante vengano descritte frettolosamente, credo che queste righe contengano il momento di massima tensione del libro: quando il giovane protagonista è messo davanti al piatto di lumache “assapora” e comprende per la prima volta il valore del rifiuto e comincia ad essere desideroso di esprimere la propria volontà.

Da quel preciso istante comincia una rapsodica ricerca di uno stato di quiete e indipendenza. Rifugiatosi fra i rami diventa padrone di se stesso e, non dovendo più sottostare a nessuno, indossa abiti più comodi e si dedica alle più svariate attività.
Sebbene ad un primo sguardo questi possano sembrare traguardi importanti, si capisce ben presto che sono solo conquiste effimere e non sono i fini ultimi per i quali Cosimo è sfuggito al giogo domestico. Egli piuttosto cerca, e lo farà per l’intero corso della sua esistenza, uno stato di libertà. Inoltre, non appena sembra averlo conquistato tramite la sua fuga, diventa succube della bimbetta Sinforosa che, con un astuto inganno, incastra Cosimo in un’altra “gabbia”.
In questa sua seconda vita è prigioniero tanto quanto la precedente, poiché il limite questa volta è rappresentato dal divieto autoimposto e contemporaneamente imposto da Sinforosa di non toccare mai terra. Quest’ultimo si palesa al Capitolo XX, quando il bassotto Ottimo Massimo corre nel giardino della villa del Duca Tolemaico e per quanto Cosimo si sforzi non riesce a seguirlo perché non vi è alcun albero lungo il cammino che gli offra un passaggio: metaforicamente questa situazione rappresenta il divieto di esprimere la propria volontà e libertà d’azione.

Il Barone di Rondò, intravedendo i confini della sua gabbia di alberi, prova a sfuggirne arrampicandosi più in alto possibile ed esplorando nuovi boschi nel Capitolo XVII: questi gesti rappresentano un tentativo di affermazione di sé come più forte e libero rispetto al mondo circostante. Infine vi è l’atto estremo nell’ultimo capitolo, in cui Cosimo si aggrappa all’ancora di una mongolfiera che vola sopra di lui, sfugge alla tirannia del suo mondo “arboreo” e comprende che anche catapultandosi in qualsiasi altro luogo, la sua condizione di prigionia persisterebbe e, infelice di ciò, si lascia cadere in mare ponendo fine alla sua esistenza.

In conclusione credo che il racconto possa e debba leggersi non tanto come un canto di rassegnazione e di resa di fronte alla vita, quanto piuttosto come un incitamento a cercare sempre una via di fuga da una situazione di oppressione e infelicità.

 

Formentin Andrea

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