Recensione di Lettera al padre, di Franz Kafka


Autore: Franz Kafka
Titolo: Lettera al padre (Titolo originale: Brief an den Vater )
Casa editrice: il Saggiatore, Biblioteca delle Silerchie, Milano, 1982, ( traduzione di Anita Rho)
Genere : epistolare
Personaggi principali: Franz Kafka, ovvero il mittente della lettera, e suo padre Hermann Kafka, destinatario della stessa

Kafka scrisse Lettera al padre a Scheleven, in Boemia, nel novembre del 1919. Poiché non fu mai consegnata al destinatario e quindi non adempì alla funzione di lettera, anche se era stata concepita come tale, Max Brod, curatore ufficiale delle opere di Kafka, non la incluse nell’epistolario, bensì nell‘Opera Omnia dell’autore.

A dispetto dell’ impressione che si riceve già leggendo le prime pagine, il senso della lettera non è esclusivamente quello di stilare un’accusa contro il padre, ma di mettere in evidenza le loro reciproche differenze fisiche e caratteriali e le conseguenti incomprensioni, determinate da una opposta visione del mondo.
Il padre di Franz, infatti, era un benestante borghese ebreo, unico artefice della ricchezza e della posizione sociale che si era conquistato e che detestava e disprezzava gli ebrei del ghetto. Molto probabilmente proprio le privazioni subite da Hermann Kafka contribuirono a fare di lui un uomo duro, inflessibile, autoritario con i figli e, in generale, poco incline ad accettare le idee altrui, specie se diverse dalle proprie. Le sue opinioni, totalitariste e manichee, lo portarono a inevitabili scontri con Franz che, al contrario, era molto sensibile, dotato di spiccate inclinazioni artistiche e naturalmente portato all’introspezione. Una personalità introversa e riflessiva, quella di Franz, che sicuramente strideva con la natura di Hermann, il quale avrebbe preferito che il figlio avesse un carattere simile al suo, ovvero forte, arrogante, egocentrico, aggressivo, in breve una copia di sé adatto ad imporsi nel mondo, specialmente quello degli affari. Kafka descrive il padre come una figura autoritaria ed ingombrante, ovvero l’ incarnazione di tutto ciò che era prerequisito per corrispondere agli ideali della società in vista dell’epoca, costituita per lo più dalla borghesia intellettuale ebraica di lingua tedesca ma boema, e che l’autore suo malgrado non riusciva proprio ad essere neppure lontanamente. La sola presenza fisica del genitore, virile e possente, era sufficiente a suscitare in lui ancora bambino una sensazione di disagio e di inadeguatezza. Ripensando alle giornate al mare Franz confessa: “ Ricordo quando ci spogliavamo nella stessa cabina. Io magro, debole, sottile, tu forte , alto, imponente. Anche dentro la cabina mi facevo pena, non solo davanti a te, ma davanti al mondo intero, perché tu eri per me la misura di tutte le cose” . Sono parole che pesano come macigni e che danno il senso della enorme sofferenza interiore vissuta da Franz, esposto a continui confronti con il padre e destinato ad uscirne puntualmente umiliato.

La lettera, scritto privato che accoglie i tormenti d’animo dell’autore, lo rende libero di mettersi a nudo e ne riproduce le inquietudini anche nella struttura. Infatti, è costruita su un alternarsi di vementi accuse ai metodi  educativi  paterni e di continue rettifiche e precisazioni, nelle quali Kafka  sembra volersi difendere in anticipo da eventuali  obiezioni che immagina sollevate dal genitore durante la lettura.  L’autore, pur sottolineando in più riprese di non intendere affatto addossargli la colpa di ciò che è diventato, è costretto comunque a riconoscergli una rilevante influenza sulla sua formazione umana e constata con disarmante amarezza: “…probabilmente sarei diventato comunque un uomo poco socievole e ansioso, ma da questo al punto in cui sono realmente arrivato il percorso è ben più lungo e oscuro”.  La descrizione che Franz dà di sé è quella di un uomo logorato da due stati d’animo dominanti, ovvero ansia e senso di colpa, dai quali cerca di fuggire rifigiandosi in quella che definisce una “gelida indifferenza” , nell’unico intento di salvaguardare la sua  “ sopravvivenza spirituale”.

Leitmotiv dell’opera sono le ricorrenti etichette negative  che l’autore si attribuisce, con l’effetto di produrre una descrizione di se stesso per negazione e per assenza di qualità. Tali convinzioni negative sono radicate in lui al punto da impedirgli di formulare un giudizio obiettivo su di sé  e da indurlo a non provare altro che sconforto, diffidenza e profonda insoddisfazione verso il proprio talento artistico, a dispetto dei favori di pubblico e critica. Consapevole di essere rinchiuso in una casa- gabbia all’ombra di un padre gigantesco e imbarazzante , Kafka cerca di sottrarsi più volte all’influenza paterna, convinto di avere ancora una possibilità di diventare diverso, o più semplicemente di essere se stesso, come è successo alla sorella Elli. La giovane, infatti, trova il suo riscatto in un matrimonio salvifico che le permette di realizzare una metamorfosi radicale da figlia goffa, pigra, paurosa, annoiata, piena di sensi di colpa, a moglie e donna allegra, coraggiosa, generosa e ottimista. E’ quello che Kafka auspicherebbe anche per se stesso senza però riuscirci, probabilmente anche perché è lui stesso ad opporre resistenza o a non credere fino in fondo nellla possibilità di un cambiamento. Sono ben due , infatti, i progetti matrimoniali che egli fa naufragare, addossandosi l’intera colpa e ritenendosi non adatto alla vita coniugale, poiché carente di quelle qualità che invece, di nuovo, vede incarnate nel padre. In realtà ciò che l’autore rifiuta non è solo Hermann Kafka in quanto genitore, ma piuttosto l’intera società del tempo verso cui  non si pone in un atteggiamento aperto e dialettico, ma da cui si ritrae sentendosi escluso ed estraneo a priori.

Nella lettera si percepisce il forte desiderio di Kafka di essere semplicemente compreso e di divenire finalmente “un figlio libero, riconoscente, incolpevole, sincero” con un padre “ rasserenato, non dispotico, comprensivo, soddisfatto” .  L’unica parziale salvezza per lui è data dalla scrittura che sa essere osteggiata dal genitore, come lo era stato in età giovanile il suo amore per la lettura. E’ lo stesso Kafka a confessarlo:“Nei miei scritti parlavo di te , vi esprimevo quanto non riuscivo a sfogare sul tuo cuore, era un congedo da te volutamente dilazionato , un congedo che avevi messo in moto tu , ma che si dipanava lungo un percorso stabilito da me” .

Lettera al padre offre certamente più livelli interpretativi. E’ una chiave di lettura che ci avvicina all’animo inquieto di Kafka e ci aiuta a decifrare il senso oscuro delle situazioni assurde e paradossali che caratterizzano i suoi romanzi. Tuttavia, può anche essere intesa come un manifesto più ampio e che investe l’umanità intera. La distanza e la non-comunicazione fra lui ed il padre assumono infatti un significato più esteso che simboleggia in maniera lucida e disperata l’incomunicabilità fra gli esseri umani, l’incapacità a stabilire legami autentici, l’ostinata tendenza ad imporre una immagine di forza e prepotenza senza neppure sforzarsi di accogliere il più fragile o semplicemente il diverso. La lettera illustra dunque non solo l’acuto malessere di Kafka ma anche il costante dolore che da sempre attanaglia gli uomini e per il quale siamo indistintamente tutti colpevoli. Il male è quindi dentro di noi e va stanato anzitutto nell’intimo dell’uomo prima ancora che vinto nella società esterna a noi. Probabilmente al di là dello sfogo tutto personale di Kafka questo è il vero messaggio della lettera.

MORANDI RAFFAELE STEFANO, 5°F

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