Si gioca con Sekiro: Shadows Die Twice

Recensione Sekiro: Shadows Die Twice

Dopo una trepidante attesa il 22 marzo è arrivato, e con lui la nuova creazione di Hidetaka Miyazaki, Sekiro: Shadows Die Twice. La nuova IP di From Software aveva creatonegli ultimi tempi non poco hype nel mondo videoludico, ma l’attesa è stata premiata con un prodotto di grande qualità e curato nei minimi dettagli. Il gioco si presenta come un action game, con alcune caratteristiche tipiche dei GDR, ma paragonarlo ad un Souls o Bloodborne sarebbe un errore madornale. Nel gioco vestiamo i panni di Lupo, uno shinobi creduto morto dopo il rapimento del suo signore, durante il periodo Sengoku del Giappone, il cui obbiettivo sarà quello di vendicarsi. La difficoltà di Sekiro è veramente alta, ma mai esagerata; essa porterà inevitabilmente alla morte, la quale, a differenza dei predecessori, possiede un ruolo differente: non ha infatti come risultato la frustrazione, causata dal dover ripetere innumerevoli volte una boss fight, bensì stimola il giocatore a fare tesoro di ogni minimo errore compiuto per migliorarsi; inoltre i combattimenti non sono più ristretti in un’arena chiusa, ma approcciabili in svariati modi.

Il braccio prostetico del protagonista è una delle novità introdotte, che permetterà di utilizzare una serie di gadget e miglioramenti utili per farsi largo tra le schiere nemiche: tra questi una menzione speciale è riservata al rampino, che offre una verticalizzazione mai provata prima, implementando inoltre la possibilità di tattiche stealth, necessarie ai fini del gameplay. Altra novità è l’assenza della barra dedita alla stamina, che consente quindi un approccio più aggressivo rispetto al passato, anche se avanzare a spada tratta contro tutti i nemici potrebbe rivelarsi una pessima idea. Utilizzare il Giappone feudale come base per la creazione di un gioco nel 2019, senza provocare una reazione di “già visto”, non era affatto facile, ma From Software come sempre non ha deluso le aspettative, realizzando un mondo di gioco estremamente caratterizzato, originale, curato nei minimi dettagli in maniera quasi maniacale e con scorci a dir poco mozzafiato. Il fiore all’occhiello del gioco è però l’innovativo impianto di combat system, realizzato con estrema cura: durante gli scontri l’obbiettivo sarà quello di schivare gli attacchi del nemico, oppure effettuare dei parry e contrattaccare, per poi inficiare sulla sua postura e quindi infliggere un colpo mortale, e non quello di ucciderlo il prima possibile, rischiando di finire ammazzati. Sekiro richiede infatti estrema pazienza e tremenda dedizione, cercando di imparare ogni sfaccettatura di un gioco non per tutti. L’evoluzione del personaggio avviene attraverso la progressione di uno skill tree, spendendo punti esperienza guadagnati sconfiggendo nemici; essi però non inficeranno il livello del protagonista, che rimarrà uguale durante le più di 40 ore necessarie per terminare il titolo, ma permetteranno al personaggio di utilizzare svariate tecniche ed arti, sarà quindi compito esclusivo del giocatore impegnarsi per proseguire nella storia.

Per concludere di può con certezza affermare che Sekiro: shadows die twice è un titolo non per tutti, riesce infatti  a regalare tremenda soddisfazione e divertimento solo a chi possieda la determinazione necessaria.

Mattia Fanni, IV F

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