Centomila gavette di ghiaccio: un allucinante percorso in un bianco girone infernale


 

Centomila gavette di ghiaccio è un grande classico della letteratura di guerra premiato al Bancarella nel 1963, riproposto continuamente da Mursia, in cui si narra la ritirata di Russia affrontata dalla Divisione Alpini Julia durante la Seconda guerra mondiale. Una storia vera, vissuta in prima persona da Giulio Bedeschi come ufficiale medico della divisione alpina “Julia”, che nel romanzo prende il nome del dottor Italo Serri.
Partendo dall’Albania, attraverso la Grecia, le truppe italiane entrano in Russia. Il gelo insopportabile (con punte fino a quarantacinque gradi sotto zero in pieno inverno), i congelamenti, la fame, gli stenti, gli attacchi dell’esercito russo meglio attrezzato e armato, decimano via vialonna italiana.
Alla propaganda e all’improvvisazione di quel regime fa da contraltare lo spirito di sacrificio degli alpini, sempre uniti e pronti a sacrificarsi l’un per l’altro.
E’ il racconto di migliaia di ragazzi mandati allo sbaraglio.
Dapprima a combattere in Grecia, poi inviati nella grande steppa russa a coprire una linea del fronte lungo il fiume Don e, infine, costretti a ritornare indietro, per l’avanzata delle truppe sovietiche, che rinchiusero intere armate in una “sacca” pianeggiante. Escluso il tratto Grecia-Italia, percorso via mare fra mine e siluri e quello tra la nostra patria e il territorio russo su vagoni per il bestiame, il resto del loro viaggio fu caratterizzato da oltre mille chilometri percorsi a piedi. Come se tutto questo non bastasse i soldati italiani erano costretti al trasporto di armi e proiettili sulle proprie spalle, con temperature estreme, con dei vestiti inadeguati al freddo pungente della Russia,privi di scarponi. Nessuno si lasciava andare al lamento, anzi nei disagi e nelle difficoltà si rafforzava quello spirito di corpo che è proprio degli alpini, sempre pronti a sacrificarsi per la patria e i loro  cari. Avrebbero dovuto  andare a combattere sul Caucaso, una regione montuosa dove un corpo ben addestrato come il loro avrebbe potuto dare ottimi risultati, ma l’incapacità, la follia degli alti comandi li destina alla pianura, quasi si trattasse di semplice fanteria, suscitando rabbia ma allo stesso tempo obbedienza. La ritirata nella neve, con un freddo polare, pressati dalle truppe nemiche, dai partigiani, poco armati, senza cibo, vestiti in modo inadeguato si trasformerà in un incubo da cui pochi, benché segnati nel corpo e nell’anima, riusciranno a uscire.
Centomila gavette di ghiaccio è un allucinante percorso in un bianco girone infernale. É difficile trovare in un libro con così tanto orrore reale e non frutto d’invenzione, un orrore che penetra dentro tutti come il freddo polare che patirono quegli eroi sciagurati. La ritirata è senz’altro la parte migliore dell’opera, poichè è costituita da un’ incalzante successione di eventi, uno sfinimento totale, da far stringere lo stomaco, alternati anche a gesta eroiche, che galvanizzano e trascinano sani e feriti contro un esercito superiore sotto qualsiasi punto di vista. Gli alpini arrancano nella neve, cadono esausti e muoiono, si buttano su qualsiasi cosa abbia la parvenza d’ essere comestibile, cercano spasmodicamente la solidarietà umana, che è l’unico conforto rimasto: per esso vincono la fame, l’inedia, la stanchezza. Definiti dagli stessi Russi come unici imbattuti in quella dannata guerra, gli alpini pagarono caro il prezzo per aver aperto ai superstiti la via della libertà: su 57 000 ben 34 170 non tornarono a casa.
Non c’è retorica in queste pagine, non ci sono eroi da mitizzare. Qui i personaggi sono “poveri disgraziati” catapultati in una guerra assurda, privi di mezzi, in uno scenario allucinante, dove uomini e muli, se non impazziscono prima e se non si prendono qualche proiettile in pieno petto, muoiono assiderati.
Quasi cinquecento pagine sono lì a testimoniare la sofferenza, l’orrore, l’irrazionalità della guerra. Scopriamo piccoli e grandi atti di eroismo e di abnegazione, ma anche tante miserie umane, provocate dall’istinto di sopravvivenza e fatte di meschinità, cinismo, ferocia.
Bedeschi non nasconde gli aspetti disgustosi di chi è al fronte, come la sporcizia incrostata addosso perché non si lava da settimane, o le dita di mani e piedi che si staccano incancrenite dal gelo. Niente supereroi, dunque, ma soltanto ragazzi spediti nella steppa a farsi massacrare. Bedeschi, quel maledetto inverno 1942-1943, ha curato tanti compagni di sventura in condizioni disperate senza disporre degli strumenti adatti, tra ferite purulente, cancrene, sangue. Ha sperimentato oltre mille chilometri di ritirata a piedi con la neve alta fino alle ginocchia. Accerchiati dai russi, tra ogni sorta di privazioni e assenza totale di riposo, ha assistito al suicidio di chi non ha retto più a quella situazione. No, l’autore non “abbellisce” la vicenda ma ce la presenta amara e sgradevole così come è stata in realtà.
Centomila gavette di ghiaccio rende un doveroso omaggio a migliaia di caduti.

Roberto Fregola, IV F

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