A tavola con “Il Gattopardo”


Giuseppe Tomasi di Lampedusa è noto a noi studenti come autore del celebre romanzo Il Gattopardo,
pubblicato postumo nel 1958, un anno dopo la morte dell’autore; il romanzo narra la storia del principe di
Salina, Don Fabrizio, e della sua famiglia, negli anni dell’Unità d’Italia, in una Sicilia poco incline al
cambiamento. Tomasi di Lampedusa trasse ispirazione da vicende storiche della sua famiglia e, in
particolare, dalla biografia del bisnonno, vissuto durante il periodo del Risorgimento.
Tali informazioni essenziali sono note a tutti, o quasi, gli studenti di liceo, ma meno noto è forse il fatto che
il romanzo è anche un importante punto di riferimento gastronomico.
All’interno delle sue pagine, infatti, si trovano numerosi riferimenti alle pietanze siciliane di un tempo: il
racconto inizia proprio dall’organizzazione di una cena solenne, la cui sola funzione era quella di ribadire il
potere del principe agli occhi dei suoi ospiti. Parte da qui il racconto dell’arrivo di Angelica, simbolo della
bellezza italiana, nella grande sala in cui si svolgeva il ricevimento al quale sarebbe seguito il ballo. Quella
sera, al suo apparire, Tancredi, nipote del principe, se ne innamora all’istante, rapito dalla spontaneità e
genuinità della giovane donna. Comincia così la serata, la tavola è elegantemente apparecchiata con
tovaglie ricamate e impreziosita dalla luce discreta delle candele. Tra le tante pietanze viene portato il
timballo di maccheroni.

“Il principe aveva troppa esperienza per offrire a degli invitati siciliani in un paese dell’interno, un
pranzo che si iniziasse con un “potage”, e infrangeva tanto più facilmente le regole dell’alta cucina in
quanto ciò corrispondeva ai propri gusti. Ma le informazioni sulla barbarica usanza forestiera di
servire una brodaglia come primo piatto erano giunte con troppa insistenza ai maggiorenti di
Donnafugata perché un residuo timore non palpitasse in loro all’inizio di ognuno di questi pranzi
solenni.
Perciò quando tre servitori in verde, oro e cipria entrarono recando ciascuno uno smisurato piatto
d’argento che conteneva un torreggiante timballo di maccheroni, soltanto quattro su venti persone si
astennero dal manifestare una lieta sorpresa: il principe e la principessa perché se l’aspettavano,
Angelica per affettazione e Concetta per mancanza di appetito.
Tutti gli altri (Tancredi compreso, rincresce dirlo) manifestarono il loro sollievo in modi diversi, che
andavano dai flautati grugniti estatici del notaio allo strilletto acuto di Francesco Paolo. Lo sguardo
circolare minaccioso del padrone di casa troncò del resto subito queste manifestazioni indecorose.
Buone creanze a parte, però, l’aspetto di quei babelici pasticci era degno di evocare fremiti di
ammirazione. L’oro brunito dell’involucro, la fraganza di zucchero e di cannella che ne emanava non
erano che il preludio della sensazione di delizia che si sprigionava dall’interno quando il coltello
squarciava la crosta: ne erompeva dapprima un vapore carico di aromi, si scorgevano poi i fegatini di
pollo, gli ovetti duri, le sfilettature di prosciutto, di pollo e di tartufi impigliate nella massa untuosa,
caldissima dei maccheroncini corti cui l’estratto di carne conferiva un prezioso color camoscio.”

Come descritto nel testo, il timballo di maccheroni può essere considerato quasi un miracolo della cucina
siciliana, che, unendo i profumi e le culture della terra, ha la capacità di accostare alla perfezione
consistenze e gusti differenti. Per secoli è stato il piatto dominate dei giorni di festa e delle grandi occasioni
sulle tavole siciliane, dove è facile trovarlo tutt’oggi, rivisitato e variato a seconda delle zone e delle
tradizioni di famiglia. Viene anche denominato “gattò a’ francisi”, dal francese “gateau”: la cucina siciliana
dell’aristocrazia aveva infatti molti piatti provenienti dalla tradizione culinaria francese.
Come possiamo notare leggendo il testo sopra riportato, l’autore dà molta importanza alla descrizione del
cibo, motivo di unione tra persone. Tomasi di Lampedusa, infatti, presta particolare attenzione al timballo e
alla reazione degli ospiti, utilizzando tutti e cinque i sensi: descrive i profumi e gli aromi del piatto, che
raggiungendo le narici degli invitati suscita urletti e acquolina. Al taglio, inoltre, ne descrive il contenuto,
suscitando anche nel lettore il desiderio di essere seduto a quella tavola. Considerato il fatto che il patto
narrativo stabilito tra autore e lettore, a meno che non avvenga una “magia”, prevede effetti
d’immedesimazione e coinvolgimento sensoriale basato sulla sola immaginazione, vi consigliamo di ricreare
la prelibatezza di quella straordinaria portata direttamente a casa vostra e con le vostre mani, per poterne
assaporare realmente sapore e profumo in un momento di festa e convivialità.

Ricetta

Ingredienti per 6 persone

Per il ripieno:
•       400 ml sugo di carne;
•       ½ pollo lessato;
•       100 g funghi;
•       100 g fegatini di pollo;
•       200 g prosciutto cotto, tagliato a striscioline;
•       100 g di salsiccia;
•       120 g pisellini mignon, lessati al dente;
•       Burro q.b.;
•       500 g maccheroni;
•       Parmigiano grattugiato q.b.;
•       3 uova sode tagliate a fette;
•       Un pizzico di sale e pepe;
•       1 tartufo nero.

Per la pasta frolla:
•       400 g di farina;
•       200 g di zucchero;
•       200 g di burro a temperatura ambiente;
•       Un pizzico di sale e cannella un pizzico;
•       4 tuorli d’uovo.

Per la crema pasticciera:
•       3 cucchiai di zucchero;
•       3 tuorli d’uovo;
•       2 cucchiai di farina;
•       Un pizzico di sale e cannella;
•       ½ litro di latte.

Preparazione:
Per prima cosa preparare la pasta frolla impastando velocemente con le mani tutti gli ingredienti, in modo
da ottenere un composto omogeneo. Lasciare riposare la pasta un’ora in frigorifero, coprendola con un
panno.
Nel mentre, preparare la crema pasticciera, conservandola con la pellicola trasparente fino al momento
dell’uso.
Preparare poi delle polpettine con 200 g di carne di pollo lesso tritata mescolata a 1 uovo, 100 g di
prosciutto cotto, 2 cucchiai di parmigiano, prezzemolo tritato e un pizzico di sale. Friggere in abbondante
olio e tenere da parte. Far insaporire in un po’ di burro con il pollo e il prosciutto rimasti, tagliati a
striscioline; aggiungere i fegatini, le salsicce, i funghi, le polpettine, i pisellini e cuocere per qualche minuto.
Trasferirli poi in una casseruola con qualche cucchiaiata di succo di carne e far cuocere ancora per qualche
minuto in modo che i sapori si mescolino bene.
Lessare nel frattempo i maccheroni molto al dente, scolarli e condirli con il sugo di carne, il burro,
abbondante parmigiano e farli raffreddare.
Imburrare una tortiera ad anello di 30 cm di diametro e ricoprire il fondo ed i bordi con un terzo della pasta
frolla precedentemente stesa sottile, circa ½ cm. E’ importante che la pasta sporga un po’ dai bordi in modo
che si riesca con facilità a chiudere il timballo con l’altro disco di pasta.
Disporre sopra metà dei maccheroni, distribuire sopra la finanziera di carne e le uova, spolverizzare con il
parmigiano e il tartufo nero a lamelle, infine coprire con il resto dei maccheroni dando una forma
leggermente a cupola, sulla quale versare successivamente la crema pasticcera.

Ricoprire il timballo con la pasta frolla avanzata premendo bene i suoi bordi per farla aderire alla prima.
Spennellare la sua superficie con dell’uovo sbattuto e cuocere per circa 45 minuti nel forno a 180 gradi.
Prima di togliere l’anello, lasciarlo riposare per 5 minuti. Servire caldo.

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