La domesticazione delle piante


Domesticazione delle piante? Per la maggior parte delle persone sembra un termine insolito nell’ambito del mondo vegetale, più abitualmente utilizzato in associazione al mondo animale, eppure non è così. Chi si addentra negli studi delle scienze vegetali scopre che tale termine è abbinato anche alle piante, come ha ben spiegato in un’interessante lezione il prof. Morandini Piero, del Dipartimento di Bioscienze dell’Università degli Studi di Milano, lo scorso 1 dicembre 2017 agli studenti del Liceo Scientifico Arturo Tosi di Busto Arsizio.  Biologo molecolare e biotecnologo vegetale, il professore ha intrattenuto gli studenti mostrando anche molte specie di piante selvatiche e coltivate da lui stesso raccolte per poterle paragonare.

La storia della domesticazione

La domesticazione delle piante è il processo di selezione operato dall’uomo su un certo numero di specie vegetali ritenute più utili rispetto alla massa delle piante selvatiche. La prima selezione avvenne probabilmente in forma inconsapevole, con la raccolta preferenziale di specie con caratteristiche vantaggiose. Solo una piccola parte delle piante, infatti, è commestibile per l’uomo: la maggior parte è costituita da foglie e legno non digeribili. Con la nascita dell’agricoltura, gli uomini hanno praticato una selezione e coltivato le piante in modo da riceverne un sostentamento maggiore di quanto non se ne ottenesse dalla raccolta di frutti e semi in natura.

Differenza tra piante selvatiche e coltivate

Dall’osservazione degli esempi, le piante coltivate producono frutti più grossi di quelle selvatiche, i cui frutti sono più piccoli poiché devono essere facilmente consumabili dagli animali che se ne cibano. Quando una pianta presenta alcune caratteristiche specifiche, possiamo dunque parlare di sindrome da domesticazione, cioè il processo di riduzione della variabilità genetica associata ad un numero limitato di progenitori selvatici utilizzati per selezionare positivamente caratteristiche comela perdita della dispersione del seme e la sua ridotta dormienza.

La dispersione del seme

L’avena selvatica, come tutte le altre piante, perde autonomamente i propri semi: uno strato di cellule presenti nel picciolo si suicida, facendo in modo che questo si assottigli liberando il seme. Quella coltivata, invece, trattiene i semi cosicché la pianta non possa riprodursi spontaneamente, ma solo grazie all’intervento dell’uomo. Dal punto di vista biologico, il gene che impedisce la dispersione del seme interessa il picciolo e ciò che cambia all’interno del genoma della pianta è una sola base; ne deriva lo stravolgimento della biologia riproduttiva della specie.

Dormienza esogena ed endogena

Nelle piante selvatiche i semi caduti a terra in una stagione sfavorevole rimangono dormienti, cioè vitali ma inattivi. Con questo meccanismo la germinazione avviene nel momento più favorevole per la sopravvivenza della specie; viceversa le piante coltivate hanno una ridotta dormienza del seme. La perdita totale di dormienza è un carattere molto negativo perché implica la germinazione dei semi quando sono ancora nella spiga, situazione che conduce a morte precoce. La dormienza dei semi è classificata in due categorie: esogena, che si verifica quando sostanze chimiche esterne o strutture del seme all’esterno dell’embrione bloccano la germinazione, ed endogena, che si verifica quando caratteristiche all’interno dell’embrione ne impediscono la germinazione. La dormienza esogena si suddivide in: fisica, quando il tegumento esterno del seme è impermeabile all’acqua; chimica, quando alcune molecole presenti nel seme inibiscono la germinazione del tegumento; meccanica, quando strutture legnose all’esterno del seme ne impediscono la crescita. La dormienza endogena, invece, si suddivide in: fisiologica, quando sono presenti meccanismi inibitori fisiologici, comune tra le gimnosperme e le angiosperme; morfologica, quando l’embrione è sottosviluppato. Nel caso della dormienza endogena, non appena i semi germinano vengono mantenuti in vita per mezzo della pianta madre e la specie viene detta vivipara.

Camilla Stefanetti

 

 

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