Dietro ogni campione c’è una madre che ha sempre saputo. Il racconto della mamma di Nicolò Martinenghi, che nel figlio vede ancora “Tete”, il bambino con cui tutto è cominciato.
Dicono che il sesto senso di una madre non menta mai. E questo lo sa bene la signora Alessandra Pirola, madre del campione olimpico -Nicolò Martinenghi- che fin da quando Nicolò – o meglio, Tete, come lo chiamano in famiglia – ha cominciato a nuotare, ha sentito che quel ragazzo avrebbe trovato nell’acqua clorata la sua strada.
Forse dire “fin da subito” però non è totalmente veritiero; il nostro campione infatti si trovò davanti a una difficilissima scelta.
«Un giorno il suo allenatore, che purtroppo non c’è più, gli disse: “Adesso devi decidere: se entri, continui col nuoto; altrimenti quella è la porta e vai a giocare a basket; se è quello che ti diverte di più.” E Nicolò aprì la porta, ma quella della piscina!
Da quel gesto semplice, quasi istintivo, è nato un cammino fatto di sacrifici, allenamenti, traguardi e sogni realizzati. Fino a quell’oro olimpico che ha fatto esplodere di gioia una famiglia intera, stretta tra le lacrime e la consapevolezza di assistere a qualcosa di grande. «È stata un’emozione fortissima — racconta la madre — perché eravamo lì, in quella finale. Al momento della premiazione siamo riusciti a scendere sul piano vasca ed è stato come rivedere tutto il suo percorso, da quando era bambino fino a quel sogno diventato realtà».

Nonostante i successi però, in casa Martinenghi nulla è cambiato. «Per noi Nicolò rimane Tete — confida la madre sorridendo —. Non lo viviamo più nella quotidianità perché da gennaio si è trasferito a Verona, ma resta sempre nostro figlio, nostro fratello».
Anche il fratello Jacopo, racconta, «a volte dice di non rendersi conto di cosa abbia fatto Nicolò o dell’impatto che ha sugli altri». Eppure, la madre si è accorta della portata del suo successo durante gli Europei di Roma: «Quando entrava sul piano vasca e il pubblico esplodeva in un boato, lì ho capito quanto riesca a trasmettere».
Nel percorso di un atleta, però, non ci sono solo medaglie e applausi. Anche Nicolò ha attraversato momenti difficili, come quello dell’infortunio durante l’anno della maturità: una frattura del pube che lo ha fermato per otto mesi. «Sono stati mesi duri, soprattutto a livello mentale. Quando vinci, tutti ti cercano; quando ti fermi, molti si allontanano. Ma lui ha un carattere forte: dice sempre che “finché la testa regge, il corpo ti segue.” È questa la sua forza.»
Un pensiero che vale per ogni giovane, sportivo o no: i momenti bui arrivano per tutti, ma il modo in cui li si affronta fa la differenza. Nicolò non si è lasciato travolgere, ha trovato sostegno dagli amici di scuola e dalla famiglia ma ancora più importante ha colto l’equilibrio tra la determinazione e la leggerezza che lo contraddistingue ancora oggi. «Prima delle gare importanti non si manda grandi messaggi: preferisce scherzare. La tensione si vince con un sorriso, non con le scaramanzie.»
E quando si chiede alla madre se abbia mai pensato di dirgli di rallentare, la risposta arriva sicura:
«No, mai. Lo abbiamo sempre lasciato libero di scegliere e di gestirsi, anche perché è sempre stato molto organizzato, sia con la scuola che con lo sport…per lui il nuoto era uno sfogo, lo aiutava nei momenti difficili. Certo, a volte, vedendo la fatica, ti viene da dire “forse è troppo”, ma è sempre stato lui a capire i propri limiti e a gestirsi.»
Forse è proprio questa libertà, unita alla fiducia di chi gli è accanto, ad aver reso Nicolò il campione che è. Ma per sua madre, quella fiducia non ha bisogno di ori o record per esistere:
«Può arrivare ovunque, ma per noi sarà sempre Tete.»

