“Tempo prezioso”

Ho sempre amato passare del tempo con la mia famiglia, forse perché la mia quotidianità mi ha sempre ostacolata. Ogni mattina, sveglia presto per andare a scuola; al pomeriggio, allenamenti interminabili, mentre alla sera studio matto e disperatissimo. Nei weekend, invece, mi vedevo con i miei amici o andavo in piscine sempre diverse a gareggiare, per poi tornare a casa e chiudermi in camera a studiare. Insomma, tra impegni scolastici, sportivi e le uscite con gli amici, il tempo che mi rimaneva da dedicare alla mia famiglia era sempre troppo poco.

Nel giro di pochi giorni, però, ogni cosa è cambiata: l’Italia si è trovata segregata in casa, e così come gli altri, anche io con la mia famiglia.

Inizialmente vedevo solamente il lato negativo, in quanto non sarei più potuta andare a scuola, in piscina, anche banalmente a fare la spesa; non avrei più potuto vedere nessuno, se non i miei genitori e mio fratello. E fu proprio allora che capii: avrei sfruttato l’”isolamento forzato” per recuperare tutto il tempo perduto con la mia famiglia, ed è stato bellissimo.

Una sera ci siamo messi tutti insieme sul divano, dopo aver cenato con una pizza fatta in casa, a guardare un film, che neanche abbiamo ascoltato; abbiamo parlato di viaggi, di esperienze passate e progetti futuri, come se tutto fosse normale, come se quella situazione fosse solamente un lontano ricordo.

GIULIA, 17 anni.

 

“Mancanza”

Uscire di casa alle 6.30 del mattino con le mani in tasca che tremano dal freddo, il non vedere l’ora di “beccarti” con i tuoi amici per fumare la sigaretta preparatoria alle cinque o sei ore di lezione, il panico pre-verifica che si diffonde in tutte le classi che hanno lo stesso professore, essere solidali con quel compagno che ha una giornata “NO” cercando di sostenerlo, la sana competizione che ci induce a dire “la prossima volta farò meglio” e gli indimenticabili sguardi che si hanno con il proprio compagno di banco che traducono il “dimmi che sei nella merda tanto quanto me, ti prego”.

Non avrei mai pensato che un giorno mi sarebbe mancato tutto questo.

Vedere i miei compagni di classe attraverso uno schermo, non confrontarsi quasi più su nulla se non per le faccende burocratiche scolastiche e non condividere più le patatine, i biscotti, insomma le schifezze che intraprendevano un lungo viaggio dai banchi in fondo fino ai primi, mi ha fatto sentire come se nulla fosse più essenziale, come se la scuola si riducesse all’emanazione dei concetti effettuata dai professori e all’assorbimento di questi e non c’è cosa più triste perché, personalmente, pensare che per un periodo sia stato realmente così mi fa sentire come se avessi perso del tempo prezioso utile per comprendere meglio sia le lezioni che me stessa e in entrambi le condizioni ho dovuto fare doppio lavoro perché il tempo era condizionato solo ed esclusivamente da me, dunque il confronto con gli altri permette un risparmio energetico sulla comprensione in generale.

JASMINE, 17 anni.

 

“Opportunità”

Sono passato dal poter esprimere la mia giovinezza attraverso feste, serate, uscite di gruppo alla solitudine domestica ombreggiata dalla speranza che tutto sarebbe tornato come prima.

Vedevo il lockdown come un muro, un muro nuovo, e come tale continuavo a fissarlo chiedendomi quando sarebbe caduto.
In un primo momento continuava ad assalirmi il folle bisogno di evadere, di mollare tutto e andare a divertirmi per sopprimere quei pensieri di preoccupazione che con il passare del tempo diventavano sempre di più parte integrante della normalità. Ma continuavo a sbattere contro il muro.

Dopo giorni di spaesamento ho appreso che ciò che è un ostacolo per la vista è uno stimolo per una visione interiore.

Ho iniziato a lavorare su di me a vedere cosa la parte del muro in cui ero mi offriva.
Mi sono lanciato nella lettura, ho letto vari romanzi di avventura.
Ho approfondito i miei generi musicali.
Mi sono appassionato a materie come l’italiano che mai avrei pensato di studiare con tanto piacere. L'”Inferno” di Dante mi ha accompagnato nel mio inferno fino all’inizio del Purgatorio.

Insomma a distanza di mesi posso dire che la vita mi ha dato una opportunità e ho saputo coglierla.

DAVIDE, 17 anni.

 

“Time out”

Se mi dovessero chiedere come è andata questa esperienza strana io risponderei “time out”, come se durante una partita che sta andando molto bene, l’allenatore chiamasse il tempo senza nessuna motivazione particolare, perché, pur avendo alcuni aspetti positivi per me quello negativo è prevalso in maggioranza.

 

Mi sono ritrovata, da un giorno all’altro a causa di droplet veicoli del virus, a non poter andare in palestra, a non poter più vedere le mie compagne, dovevo per forza fare tutto quanto a casa davanti a uno schermo con problemi di connessione wi-fi, mia mamma che sistema la casa e mio fratello nell’altra stanza.

 

Ricordo ancora l’appuntamento fisso del lunedì pomeriggio quando sul divano di casa mia iniziava la videochiamata con le ragazze e gli allenatori per parlare di qualsiasi cosa ma la discussione si proiettava sempre su quanto ci mancasse tutto quanto.

Ho interrotto molte amicizie, ho perso alcuni legami, avevo voglia di prendere la palla e allenarci tutte assieme raccontandoci le nostre avventure, ridendo, scherzando e imbrogliando sugli esercizi da fare, volevo scaricare la tensione con un semplice palleggio a una mia compagna, ma non potevo, la quotidianità non era più quella di prima ed io ero da sola ad allenarmi nella mia piccola cameretta.

SARA, 16 anni.

 

“Come faccio senza?”

La mia esperienza personale riguardo alla quarantena è particolare. La prima volta, a marzo, l’ho vissuta davvero male. Avevo paura e sono stata chiusa in casa per 6 settimane. L’unico collegamento con il mondo avveniva attraverso PC o smartphone. Mi mancava tutto: i compagni, gli amici, il mio amato cavallo, le passeggiate, le abitudini di vestirmi, truccarmi, pettinarmi per uscire e andare a scuola. L’unico lato positivo che vedevo era il fatto di non dovermi svegliarmi all’alba, mi bastavano 10 minuti e via, ero già in postazione a seguire la lezione: magra consolazione!

Quando tutto sembrava, finito abbiamo ricominciato ad uscire è stato come un risveglio. Il sole, i rumori, le persone, tutto aveva un gusto nuovo e mi sembrava bellissimo. L’estate è passata in un soffio, sono stata in paradiso, ho conosciuto persone meravigliose e con altre ho stretto amicizie fraterne e indissolubili. Per la prima volta ho capito l’importanza di essere liberi, di poter andare dove ci porta il cuore. Per questo motivo quando ci hanno fatto capire che ancora non era tutto finito, che il maledetto virus ricominciava a fare danni, non potevo crederci. Ho pensato di ritrovarmi nuovamente in un incubo: finite le lezioni in presenza, finite le giornate all’aperto, finita la vita vera. Stavolta è e sarà ancora più dura, perché so già cosa aspettarmi e ciò che so mi spaventa moltissimo.

Come si può definire amicizia un rapporto in cui manca la parte essenziale, il contatto e la vicinanza, lo stare insieme? Certo, gli amici restano, grazie a Dio abbiamo la tecnologia che ci fa restare connessi. Siamo come gangli nervosi collegati da sinapsi che possono comunicare in ogni momento, ma manca lo stare vicini, il percepire l’energia dell’altro, il guardarsi negli occhi. Manca la condivisione, non dei pensieri o delle parole, quelli si possono comunque mantenere, seppur virtualmente. Manca la condivisione degli oggetti, del tempo. Che belli i momenti passati stesi su un prato a guardare le stelle cadenti con un sorso di coca da una lattina condivisa. Che bello attingere ad un’unica pizza dal centro del tavolo. Oppure dormire nello stesso letto con l’amica del cuore e svegliarsi e cominciare a parlare fitto fitto fino al momento della colazione e condividere pure il rossetto per assomigliarci di più. Il virus ci ha tolto tanto.

Sono arrabbiata perché ho la percezione che i miei 17 anni non torneranno più e che certe esperienze vanno fatte ora o non avranno più lo stesso sapore.

L’unica consolazione è sapere che lì fuori, in altre case, i miei amici vivono la mia stessa situazione e che quando l’emergenza sarà passata, avremo il tempo e la voglia matta di stare insieme.

ALICE, 17 anni.

 

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