Cento anni di ubanistica a Milano

Una delle questioni legate allo sviluppo delle città del XX e XXI secolo è l’approccio degli urbanisti al restauro e all’introduzione di novità nel territorio nazionale, che è mutato e continua a mutare in rapporto alle esigenze ambientali e a quelle della popolazione. Tale problematica si può approfondire analizzando i diversi interventi attuati nella città di Milano nel corso dell’ultimo secolo.

Gli interventi dei razionalisti

A partire dagli anni Venti, gli architetti razionalisti si pongono come obiettivo quello di applicare i principi del Movimento Moderno all’organizzazione delle città: suddivisone per funzioni, uso razionale degli spazi comuni e importanza delle aree verdi. Le residenze e le attività direzionali vengono concentrate in grattacieli, lasciando terreno libero per gli spazi verdi e per definire il sistema viario. Gli esponenti di questa corrente dimostrano però spesso poco interesse per la città storica, ritenuta un intralcio per lo sviluppo del mondo moderno e priva di valore sociale. Non esitano quindi a distruggere edifici o monumenti storici e ad annientare interi quartieri. [La CITTÀ – Sottili – De Lorenzo]

A Milano, negli anni Trenta del Novecento, sono notevoli gli interventi in questo senso: detti interventi saranno commentati ampiamente dal politico, giornalista e archeologo Antonio Cederna nelle sue pubblicazioni sul quotidiano Il Mondo. Egli criticò apertamente i progetti del Piano Regolatore (maggio 1935), in gran parte attuato dopo la Seconda Guerra Mondiale, uno strumento di intervento pubblico che traccia un nuovo disegno urbano per la città. Cederna definì gli urbanisti milanesi senza testa e li accusò di incompetenza: attraverso il loro operato, essi avevano distrutto completamente il vecchio centro storico e monumentale, vanificando l’obiettivo di rendere Milano una città moderna e impossibile il recupero dell’identità dei luoghi.

Piano Regolatore del 1935

Tra le operazioni scellerate attuate è possibile citare le seguenti: devastazione di piazze e vie centrali per edificarvi la “città degli affari”; distruzione dell’ottocentesca Galleria de Cristoforis per dare spazio alla Galleria del Toro; sistemazione stradale confusionaria per veicoli e pedoni. La natura non venne risparmiata: come scrive lo stesso Cederna, “c’erano anche degli alberi, abbattuti in omaggio alla necessità di verde pubblico”.

Galleria de Cristoforis a Milano, oggi non più esistente

 

Gli urbanisti 100 anni dopo

Approccio completamente opposto rispetto al Piano Regolatore ha attuato il G124: nato nel 2014 da un’idea dell’architetto Renzo Piano, consiste in un gruppo di lavoro costituito da giovani architetti condotti che, aiutati da altre figure professionali, hanno il compito di produrre studi di rammendo su una periferia. È importante sottolineare il termine rammendo, che si distacca completamente dal concetto di progetto: quest’ultimo è solitamente calato dall’alto in maniera autoritaria, mentre il primo sottintende un approccio dal basso in cui la partecipazione assume un ruolo primario. Chi progetta si incontra con chi abita, affinché si possano soddisfare le esigenze della popolazione attraverso il recupero, il restauro e la valorizzazione di ciò che già c’è, senza abbattere o distruggere nulla, con l’attuazione di micro-interventi.

Esempio di questa innovativa operazione è la riqualificazione del quartiere Giambellino a Milano: gli urbanisti, prima di operare concretamente sul territorio, hanno ascoltato i problemi e i desideri dei residenti, cercando di assecondarli ricucendo i percorsi pedonali e riaprendo i cortili delle case ALER.

La sfida della bioarchitettura

Attualmente al centro del dibattito degli urbanisti è posto il tema dello sviluppo e della sostenibilità, che si ritrova nell’idea della città green e della cosiddetta bioarchitettura: l’edificio ideato si integra nell’ambiente circostante ed è costituito da materiali eco-sostenibili, le fonti di energia sfruttate sono rinnovabili per ridurre le emissioni di CO2 e la produzione di scarti è ridotta. Oggi i progetti di rigenerazione urbana che aderiscono a questo concept sono moltissimi: solo nella città di Milano sono previsti 4000 interventi, di cui cento sono già in corso.

Tra questi spicca UpTown: esso comprende un’area di 900.000 mq nel quartiere nord ovest della città, tra l’autostrada A4 e il cimitero Musocco. Per ridurre al minimo gli spostamenti in auto dei residenti, ospitati in imponenti lotti, UpTown prevede di soddisfare ogni loro bisogno: zone wellness e relax, parco pubblico di 30 ettari, l’Ospedale Nuovo Galeazzi con 600 posti letto, centri di ricerca per 1200 lavoratori, centro scolastico e il centro commerciale Merlata Bloom, comprensivo di 40 punti ristoro, un cinema multisala e 4000 posti auto.

Le criticità del progetto UpTown

Nonostante l’entusiasmo generale, non sono mancate le critiche, che denunciano l’abuso della più grande area non edificata nel nord-ovest di Milano. Il progetto senza auto ospita un parcheggio per 4000 macchine e sorge ai confini dell’autostrada. Inoltre, la presenza di un centro commerciale, tanto bramato dai milanesi, a cui mancava, attira innumerevoli frequentatori, che nei primi giorni di apertura hanno riscontrato criticità sul fronte viabilità, con code di quasi 2 chilometri. L’area verde è circondata dall’incessante intervento dell’uomo che continua a colarvi cemento green.

L’operato attuale è spaventosamente simile a quello del Piano Regolatore del 1935. Così come i razionalisti, i bioarchitetti si pongono come obiettivi la salvaguardia delle aree verdi, la suddivisione razionale degli spazi per funzioni e la creazione di una città sempre più moderna. Mentre prima si distruggeva il centro storico e monumentale, oggi si devastano le ultime zone sfuggite all’intervento umano. Sorge quindi un dubbio: le operazioni definite innovative e rivoluzionarie lo sono veramente o creano solo ulteriori problematiche e disagi?

Visione dall’alto dell’area del progetto UpTown

Visione dall’alto dell’area su cui il progetto UpTown opera, che evidenzia il numero elevato di edifici che occupano un terreno in precedenza completamente agricolo.

 

Fonti: Gromia, UpTown Milano, MilanoToday.

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