Settant’anni dopo i “giochi delle bamboline”, le atlete tornano a Cortina: oggi non più ornamento, ma protagoniste.
CORTINA – Nel 1956, quando l’Italia ospitò per la prima volta i Giochi invernali, le donne erano appena il 15,8% degli atleti in gara. Poche, circondate dalla diffidenza e da uno sguardo che le voleva soprattutto graziose, mai troppo competitive. Le pattinatrici venivano descritte dai giornali come bamboline, damine, trottoline magiche. Lo sport femminile turbava ancora: persino Pio XII, pochi anni prima, aveva definito “non conveniente” il modo in cui le donne si muovevano e si vestivano nello sport.
È da quel clima che parte la storia raccontata da Antonella Stelitano e Adriana Balzarini nel saggio Le donne di Cortina 1956 (Minerva): un percorso di ostacoli, gesti pionieristici e resistenza quotidiana.

A Cortina ’56, però, ci furono semi destinati a germogliare. Giuliana Minuzzo fu la prima donna nella storia dei Giochi a leggere il giuramento degli atleti durante la cerimonia inaugurale. Alberta Vianello, campionessa di pattinaggio a rotelle, fu l’unica tedofora donna su 256 portatori della fiaccola. L’architetta Franca Helg curò l’immagine dei Giochi quando il design non era ancora riconosciuto come parte fondamentale dell’evento sportivo.
Piccole conquiste, in un mondo in cui l’importante era partecipare, sì, ma da maschi.
Negli anni successivi, il fronte femminile dello sport italiano si è rafforzato anche grazie a figure come Stefania Belmondo e Lara Magoni. La prima, fondista azzurra e una delle prime tre donne ammesse alla carriera militare nel Corpo Forestale, ha incarnato la tenacia: “Se non fatichi, non arrivi a niente. Dovete sognare ciò che volete raggiungere.” La seconda, sciatrice, ha tracciato un percorso simile nelle Fiamme Gialle della Guardia di Finanza.


Sono storie che segnano il passaggio da “presenze decorative” a professioniste riconosciute.
Ora i Giochi tornano tra le Dolomiti. Milano-Cortina 2026 non sarà soltanto una manifestazione sportiva, ma una verifica della strada compiuta. Se le atlete del ’56 dovettero lottare per non essere relegate al ruolo di mascotte, quelle di oggi chiedono visibilità, investimenti, parità salariale, tecnici e ruoli dirigenziali.
La montagna è la stessa, il mondo no.
E questa volta le donne arrivano in vetta con gli sci ai piedi, non come spettatrici, ma come protagoniste della storia che hanno contribuito a scrivere.
