Cappella degli Scrovegni: Giotto e gli sguardi


Ho conosciuto la cappella degli Scrovegni grazie a una mostra in scala 1:4, allestita dopo Pasqua a Germignaga, nella chiesetta di S. Carlo, dedicata proprio di quest’opera d’arte.

È stato chiesto ad alcuni volontari di “improvvisarsi” guide turistiche, per dare almeno delle informazioni basilari ai visitatori che sarebbero venuti alla mostra. E facendo io stessa parte di questo gruppo di persone, mi sono preparata sulla storia e sui dettagli della cappella.

A fine aprile, dopo la chiusura della mostra, è stato organizzato dal parroco di Germignaga e Brezzo di Bedero, don Marco Mindrone, un pellegrinaggio a Padova per visitare la cappella dal vivo, a cui ho partecipato anch’io.

La cappella degli Scrovegni fu dedicata a Maria Vergine Annunziata e fu fatta realizzare da Enrico Scrovegni, nella speranza che, in questo modo, l’anima del padre Reginaldo, il quale era un usuraio, fosse redenta. Enrico chiamò Giotto per dipingere l’interno della cappella.

Gli affreschi raccontano la storia di Gesù e partono dal principio. Il ciclo pittorico comincia dall’arco trionfale, più precisamente dalla lunetta in alto: qui è rappresentato Dio, attorniato da angeli,
seduto sul trono, che invia l’arcangelo Gabriele ad annunciare a Maria che proprio lei sarebbe divenuta la madre del Figlio di Dio.

Più in basso, infatti, si trova la scena dell’Annunciazione. La
narrazione continua suddivisa in tre registri. Il primo, quello più in alto, racconta la storia di Gioacchino e Anna, nonni di Gesù, e della loro figlia Maria. Il secondo e il terzo, invece, rappresentano la storia vera e propria di Gesù e la loro prima scena si trova sulla parete dell’arco trionfale, che viene chiamata la “parete dell’inizio”.

Ogni registro continua poi sulla parete Sud e si conclude sulla parete Nord. In basso c’è, inoltre, un altro mini-registro dove sono rappresentati i vizi e le virtù. L’ultima parte della cappella che
originariamente si vedeva prima di uscire è la controfacciata, con la raffigurazione del Giudizio Universale. Al centro vi è Gesù nella mandorla, circondato dai suoi apostoli, dagli angeli e dai
santi. In basso, invece, c’è una situazione di contrasto: a sinistra si trovano i beati che sono condotti da un angelo verso il Paradiso, mentre a destra c’è l’Inferno coi dannati e Lucifero.

Tante informazioni che avevo ripetuto più volte e che erano ben fissate nella mia testa. Quando, però, sono entrata nell’edificio, la mole di nozioni ha lasciato il campo all’assoluta meraviglia.

Non appena ho messo piede all’interno della cappella, lo
sguardo era quasi costretto ad alzarsi per vedere la volta stellata, color blu zaffiro: è un blu profondo, che dona una sensazione di ampiezza e di infinito. Man mano, poi, ho cominciato a guardarmi intorno e la cosa che mi ha colpito subito sono stati i numerosi e intensi colori dei vari affreschi.

Pur non piacendomi più di tanto la pittura medievale, su Giotto mi sono dovuta ricredere. Anche solo le espressioni dei personaggi, così realistiche, sono impressionanti ed
emozionanti.

L’affresco che più mi è rimasto impresso per questo aspetto, è il bacio di Giuda. Al centro della scena ci sono Gesù e Giuda ed è bellissimo lo sguardo che c’è tra i due. Il primo guarda
amorevolmente il secondo, sebbene questi lo stia tradendo con uno dei gesti d’amore per eccellenza, cioè il bacio. Questi due personaggi sono belli anche per un altro motivo: mentre
tutto intorno si agita una folla armata, rumorosa, tra loro vi è pace, tranquillità e silenzio.

Subito dopo aver osservato questo affresco, sono andata a cercare quello in cui sono raffigurati Gioacchino e Anna che si incontrano alla Porta d’oro di Gerusalemme, dopo che a tutti e due è
stato annunciato che avrebbero avuto una figlia di nome Maria. È un incontro dolcissimo, un bacio pieno di tenerezza di due persone, ormai anziane, che ancora possono provare la gioia di diventare
genitori. Ma la cosa più bella è l’intensità del loro sguardo, intriso di amore e di affetto.

Ci sono ancora due scene che mi hanno colpito profondamente, sempre per via degli sguardi e sono la natività di Gesù e la deposizione del suo corpo dalla croce. In entrambi questi affreschi
vi è lo stesso identico sguardo da parte di Maria. Nel primo dipinto lei sa quale sarà il destino del figlio e sembra che, in qualche modo, soffra già per questo. Mentre nel secondo, nello sguardo
della Vergine si può riscontrare lo stesso dolore, questa volta confermato dalla morte del suo figliolo.

E tutto questo è commovente per me.

Credo che la cosa più bella che mi sono portata a casa sia la resa degli sguardi che si trova in questi affreschi, i diversi modi di guardare e guardarsi dei vari personaggi. Perché alla fine
Giotto era una persona normale, come lo siamo noi.

Guardava ed era guardato in differenti modi: sguardi d’amicizia, d’amore, di sofferenza, di dolore, ma anche di felicità.
Uno sguardo può cambiare ogni cosa.


Monica Zappaterra

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