Pierluca Padovan e il judo: uno stile di vita


La vittoria è riservata a colui che è disposto a pagarne il prezzo”

Questo il motto del maestro e campione europeo di judo, Pierluca Padovan: ha 51 anni, è cintura nera, quinto dan, e insegna la disciplina del judo da 14 anni alla palestra “Judo Samurai” di Porto Valtravaglia. Ma quanto può influire lo sport nella vita di qualcuno? Il maestro ce lo racconta basandosi sulle sue esperienze personali, così che tutti possano capire quanto sia bello, ma anche difficile, il mondo del judo.

Da quanto tempo pratica il judo? E come mai ha deciso di intraprendere questa disciplina?
Io ho cominciato a praticare judo quando avevo all’incirca 12-13 anni, perché negli anni ‘70, andavano molto di moda i film di Bruce Lee, e quindi mi sono appassionato alle arti marziali. Ho iniziato a praticare il judo, però allora, come oggi, il calcio aveva un ruolo primario nel mondo dello sport, per cui dopo un breve periodo ho abbandonato l’idea del judo e ho preferito giocare a pallone. Inoltre in quegli anni, c’era il militare obbligatorio, così sono dovuto partire, e quando sono tornato, il calcio non mi interessava più. Volevo provare a fare qualcosa di più profondo, e avendo provato in precedenza il judo, ho deciso di approfondirlo e da lì non mi sono più fermato. È da ormai circa 28 anni che lo pratico.

Riuscirebbe a trovare un lato positivo e uno negativo del judo?
Senz’altro quello positivo sì, perché il judo alla fine, mi ha stravolto la vita. Per quella disciplina ho cambiato anche lavoro e più radicalmente, il percorso della mia vita. Infatti tutt’oggi, sono maestro. Il judo è, inoltre, una disciplina altamente educativa e questo è veramente positivo. L’unico lato negativo che mi viene in mente è l’impegno che ci vuole per intraprendere una certa carriera, come anche in tutti gli altri settori, sia sportivi, sia lavorativi.

Cos’è per lei il judo?
Per me il judo è una filosofia di vita, e letteralmente, significa “Via della Cedevolezza”. Come ho già detto, è estremamente educativo e sviluppa moralmente e fisicamente la persona. Chi intraprende questo percorso ed entra nel suo significato più profondo, è difficile che smetta; infatti tanti, come me, poi diventano maestri. Che ruolo ha nella mia vita? Ecco la mia vita quotidiana è incentrata sul judo: devo preparare le mie lezioni, devo fare degli aggiornamenti tecnici, che sono molto frequenti, perché sono maestro federale e docente regionale. È un ruolo importante, poiché serve anche a me stesso, per il mio sviluppo. Non mi ritengo, infatti, solo maestro, ma anche educatore dei miei allievi.

Come ha fatto ad arrivare alle gare europee?
Alle gare europee ci si arriva superando una sorta di qualificazioni. Si parte dal comitato provinciale, passando poi a quello regionale, in seguito a quello nazionale, e in quest’ultimo, chi si qualifica bene, entra a far parte della nazionale italiana, con la quale si può partecipare ai campionati europei.

Io però quest’esperienza non l’ho vissuta da solo. Infatti ho conosciuto un ragazzo di Milano, oggi maestro, Giacomo de Cerce, al corso di ju jitsu che anch’io frequentavo, e ho scoperto che eravamo entrambi appassionati di katana. Abbiamo deciso, così, di partecipare insieme alle gare provinciali di judo. Eravamo ben preparati, determinati, pertanto, abbiamo iniziato ad allenarci insieme a Milano; è stato un percorso molto duro, però non abbiamo mai mollato. Dopo aver passato le selezioni per le regionali e poi per le nazionali, siamo diventati degli azzurri, titolo che viene conferito agli atleti che hanno fatto parte della nazionale italiana, con la quale io e Giacomo abbiamo partecipato alle gare a livello europeo. Certo, per arrivare fino a questo punto, bisogna impegnarsi e allenarsi duramente.

Infatti, nella nostra specialità in cui io sono diventato, col mio compagno, campione europeo, nessun italiano è ancora riuscito a vincere delle medaglie. Noi siamo, quindi, gli unici rimasti imbattuti, per quanto riguarda il gruppo italiano.

In che anno è stato nominato campione europeo di judo? E quali sono state le sue sensazioni in quel momento?
In realtà, io ho vinto 3 campionati europei. Il primo l’ho vinto nel 2004 a San Pietroburgo, in Russia. Ero veramente felice: sembrava quasi un sogno. Però la medaglia d’oro più importante, quella che mi ha dato una soddisfazione immensa, è stata la seconda, nel 2009, a Bucarest, in Romania, perché in quella gara io e il mio compagno Giacomo vincemmo i campionati italiani, i campionati europei e prendemmo anche una medaglia di bronzo ai mondiali, a Malta. Quell’anno è stato eccezionale, infatti superai me stesso. Al terzo oro, diciamo che mi ero quasi abituato. È stato comunque bellissimo, perché tre medaglie d’oro, non sono da tutti; quindi anche alla terza medaglia, ero enormemente soddisfatto.

Al momento della premiazione, tutte e tre le volte, sembrava tutto surreale; è difficile da spiegare, è proprio una cosa che bisogna provare in prima persona.

Quello che dico sempre ai miei figli, ma anche ai miei allievi è di non mollare mai, di provarci e riprovarci. Perché quando qualcuno tiene a qualcosa e supera degli ostacoli , magari anche con fatica, cresce dentro di lui una forza e un’autostima infinita. Inoltre la vittoria è riservata a colui che è disposto a pagarne il prezzo. Questo è un po’ il mio motto, che purtroppo è vero: se si vuole, si può ottenere tutto: l’ho infatti provato sulla mia pelle. Il segreto, però, è, prima di tutto, desiderarlo.

 

Monica Zappaterra Letizia Giuliani

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