Una sfida ai limiti dell’impossibile


Una sfida eccezionale quella che ha richiesto tutto il coraggio e la determinazione di Matteo Perucchini, atleta varesino, che nel dicembre del 2015 ha affrontato una delle più difficili prove di resistenza al mondo: la Talisker Atlantic Challenge

Ha attraversato l’oceano Atlantico remando in solitaria, dimostrando un grande spirito di avventura e spingendosi oltre i propri limiti fisici e mentali. Motivato da molteplici obbiettivi, ha affrontato l’oceano, una pagaiata dopo l’altra, con grande spirito di generosità per dedicare la sua impresa alla raccolta di fondi utili alla ricerca. 

Matteo Perucchini

Da quanto tempo ti preparavi all’impresa?
Ho cominciato a pensare alla traversata 10 anni prima di partire, quando ho scoperto la storia di due avventurieri che, alla fine dell’800, attraversarono, per primi, l’oceano a remi. Da lì mi sono appassionato e ho scoperto l’esistenza della Talisker Atlantic Challenge e ho deciso di prendere parte.

Che cosa ti ha spinto ad affrontare una prova così dura?
È una bella domanda. Quando ho capito che era possibile lanciarsi in una avventura di questo tipo, dentro di me qualcosa è scattato ed era più una questione di quando e come piuttosto che del perché; avevo l’opportunità di sfidare me stesso e di spingermi ben oltre a quelli che pensavo fossero i miei limiti a livello sia fisico che mentale. L’opportunità di vivere l’avventura.

La tua famiglia e i tuoi amici ti hanno sempre sostenuto? Quale è stata la loro prima reazione quando gli hai parlato del viaggio?
Assolutamente sì; io remavo ma Sogno Atlantico è stato un gioco di squadra. Non ero mai solo, durante la preparazione e quando ero in mare mi hanno sempre seguito con il telefono satellitare con consigli e supporto. La famiglia, gli amici, ma, in alcuni casi, anche perfetti sconosciuti, mi hanno aiutato in mille cose, dalla preparazione della barca alla logistica dell’evento; non sono mai stato solo. Inizialmente non erano molto contenti, devo dire, pensavano stessi quasi scherzando, poi quando ho comprato la barca hanno capito che facevo sul serio.

Come ti sei preparato sia fisicamente che mentalmente?
La preparazione fisica è importante ma non è l’essenziale: l’oceano non si attraversa con la forza dei muscoli ma solo con la forza della mente. Quindi a livello fisico mi sono allenato con un preparatore dell’università di Exeter nel Regno Unito, mi sono allenato fisicamente in modo ottimale ma ho anche dovuto pensare a tutti gli altri aspetti della traversata, sia livello logistico che a livello tecnico. Svolgevo training brevi e molto intensi di discipline diverse come la bicicletta, la corsa, la boxe, il crossfit per cercare più che altro non di lavorare sulla resistenza ma di resistere a quelli che sarebbero stati gli stress dell’oceano; le onde forti e le condizioni climatiche.
A livello mentale mi sono preparato con lo yoga e la meditazione; sessioni brevi che avrei potuto poi ripetere in mare. Infine c’è stata tutta la preparazione della barca a livello tecnico e ovviamente la difficoltà di non remare sul lago ma nel mare che è una cosa completamente diversa.
La preparazione delle rotte è  molto importante, per questo ho lavorato con uno skipper di Exeter, Paul Chunningam, che mi ha aiutato moltissimo sia prima che durante la traversata. Infine ci sono la preparazione logistica, il supporto e il lavoro che ho fatto con le varie ONLUS, con l’associazione italiana per la lotta al neuroblastoma e con CARDIAC RISK IN THE YOUNG in Inghilterra. Una cosa bella della Talisker Challenge è che non ci sono premi in denaro in palio, si fa tutto per passione, ogni imbarcazione cerca di sfruttare l’interesse mediatico per spingere il messaggio delle associazioni ONLUS, quindi ci sono migliaia di cose da preparare per un evento di questo tipo.

Matteo Perucchini

Quale era una tua giornata tipo nell’oceano?
Ci sono state due fasi distinte della traversata. La prima è stata la fase di avventura e di assestamento, nella quale ho cercato di adattarmi alla nuova normalità. Nelle prime settimane quindi, remavo all’incirca 12 ore al giorno; poi quando è iniziata la gara vera e propria con gli altri “singolisti” e nelle fasi finali della competizione sono salito a 16/18 ore al giorno, in alcuni casi anche di più. La mia giornata era strutturata in blocchi di 4 ore dove, o riposavo 10 minuti ogni ora oppure riposavo 30 minuti ogni 4 ore e poi dopo il riposo rincominciavo un altro blocco di 4 ore ai remi e andavo avanti così tutta la giornata fino al tramonto.
Quando il sole scendeva, prendevo un’ora di riposo per preparami al turno notturno e poi rincominciavo a remare a blocchi di 4 ore fino a quando non ce la facevo più e mi addormentavo ai remi.

Quale è stato il momento più felice e quale quello in cui hai avuto più paura?
Di momenti difficili ce ne sono stati tanti. Ci sono state delle notti, soprattutto quando la barca è stata colpita da forti temporali notturni, in cui pensavo che non avrei più rivisto sorgere il sole. Una notte in particolare, mancavano 10 giorni all’ arrivo, ho perso il controllo della mia barca per 6 ore. Penso che quello sia stato il momento più difficile, nel quale comunque dopo un po’ mentalmente ti lasci andare, perché capisci che fisicamente non puoi combattere contro le condizioni meteo; ho provato a usare l’ancora paracadute che dovrebbe aiutarti a girare l’imbarcazione, ma quando tutto è fallito psicologicamente è stata dura: l’unica cosa che rimane da fare è piangere. Non puoi combattere più di tanto contro l’oceano, quindi devi cercare di trovare la calma per resistere e poi appena le condizioni migliorano rimetterti a remare.
Di momenti belli ce ne sono stati tanti, dall’ incontro con le balene alla prima volta in cui vedi terra, quella è stata una sensazione molto strana. Dopo quasi due mesi ricominci a pensare di vedere la famiglia, di poterti fare la prima doccia e il primo vero pasto. Il momento in cui arrivi a terra è sicuramente molto bello ma anche l’incontro con la natura, è una cosa difficile da avere sulla terra ferma perché lì si ha proprio un contatto diretto, con le balene e i delfini, e sono momenti che ti danno un’energia unica.

Hai mai pensato di non farcela?
Più volte al giorno, ogni giorno. È molto dura continuare a remare e trovare la forza per andare avanti, specialmente quando quella notte sono stato colpito dalla coda dell’uragano Alex, pensi di non farcela. La paura in generale è una costante della traversata; devi imparare a convivere con questa sensazione e far si che non prenda il sopravvento su di te.

Matteo Perucchini

Cosa hai provato quando hai raggiunto il tuo obbiettivo?
È stata una sensazione strana. Dopo così tanti anni di preparazione, è un momento speciale; nel mio caso ho avuto la fortuna che la gara sia andata bene, sono riuscito a vincere e ho anche segnato il record. È difficile descrivere come ci si sente in una situazione così; più che altro non è quel momento, ma tutto ciò che hai fatto per arrivare lì, e sia i momenti negativi che quelli positivi diventano preziosi, perché ti hanno permesso di vedere te stesso sotto una luce nuova, e di spingerti oltre a quelli che pensavi fossero i tuoi limiti sia a livello fisico che mentale. Poter attraversare e arrivare dall’altra parte è stato un grande privilegio.

Anna Dotto e Erika d’ Agostino

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