I ritmi d’Africa del coro “LibereVoci”


«Cantare quei canti in lingua africana per noi è davvero emozionante. Trasmettono gioia e allegria, ma nella piena semplicità, fanno venire voglia di ballare e di ricantarli ancora e ancora». È semplice ma anche chiara la risposta di Elisa Fontebuoni, la direttrice del coro “LibereVoci” di Germignaga che propone un repertorio inedito.
Ascoltarli cantare in lingua africana incuriosisce. Chiara Mazza, uno dei cantori, ci racconta la storia di questo gruppo.

Com’è nato questo coro? E come mai questo nome, “Libere Voci”?
Il coro è stato fondato circa 15 anni fa, da un gruppo di amici che cantavano volentieri insieme. Un passatempo che è diventato presto un impegno: hanno cominciato ad arrivare richieste di intrattenimento a matrimoni. Poi altri eventi e appuntamenti. Il gruppo è andato consolidandosi e l’amicizia iniziale si è rafforzata. Così si è costituito il vero e proprio coro con l’idea di cantare in cambio di un’offerta per aiutare qualcuno meno fortunato di noi. All’inizio non avevamo nemmeno un nome. A mano a mano che gli impegni aumentavano, l’esigenza di avere un’identità è cresciuta. L’idea della parola “Libertà” associata al nostro modo di pensare a un coro è subito piaciuta. Io sono arrivata nel coro tre anni fa: ci sentiamo un gruppo aperto dove la porta non è mai chiusa perciò c’è chi arriva, chi resta, chi va e chi ritorna. “LibereVoci” è scritto tutto attaccato volutamente perché richiama il nostro essere giocosi, la nostra voglia di divertirci e di avere momenti di leggerezza.

Da dov’è venuta l’idea di cantare e suonare dei canti africani?
Abbiamo iniziato a legarci all’Africa per due motivi: un parroco che ci ha accompagnato per molti anni e a cui siamo legati, era molto sensibile al tema missionario, in particolare all’Africa e ci ha trasmesso questa sensibilità; ma ancora di più ha influito l’amicizia con Padre Marco che è la persona per la quale raccogliamo le donazioni, lui è un amico, potrei dire fraterno, di molti coristi: ha scelto di diventare missionario e ora vive e opera in Ciad; ha passato molti anni in missione in molti stati dell’Africa. Così, grazie alla sua testimonianza, ci sentivamo più vicini a lui cantando in lingua africana.

Come avete fatto a imparare la pronuncia delle parole?
Imparare è una parola grossa…. Diciamo che si è cercato di farlo, però se venisse una persona madrelingua e sentisse questi canti interpretati da noi, probabilmente capirebbe poco o niente, perché è una pronuncia un po’… artigianale. Di solito Elisa ci dà un foglio con il testo doppio: da una parte come si scrivono le parole e dall’altra come si pronunciano. Cerchiamo di arrangiarci un po’. Inoltre ci  siamo affidati al coro Bandeko, sempre di origine missionaria, che raccoglie canti religiosi da tutto il mondo e incide dei cd. Per noi è un’ispirazione nelle fasi della scelta e dell’interpretazione dei canti, anche se gli interpreti sono comunque italiani. Sarebbe , forse, stato meglio affidarsi a qualche madrelingua ma ovviamente vista la particolarità delle lingue era un po’ difficile trovarla.

Come vi sentite mentre intonate questi canti? Quali sono le vostre sensazioni?
Viene voglia di ballare, ti si scatenano dentro tante belle emozioni, forti anche. Poi è un modo di interpretare che ci lega tanto perché sono come delle battute: ad esempio ci sono queste parole ripetute che diventano un po’ una botta e risposta tra di noi; e ti vien voglia di ripeterli all’infinito e soprattutto, fanno tanto gruppo

Oltre ai canti in lingua africana avete avuto altre esperienze “particolari”?
Si, da circa tre mesi che si sono uniti al coro tre ragazzi richiedenti asilo, due ragazzi nigeriani e uno iraniano. Quest’ultimo, quando ci siamo trovati per provare, ha
voluto insegnarci una canzone nel il dialetto che lui parla: è stato insolito, in genere sono loro che fanno fatica a seguirci nei discorsi, mentre lì eravamo noi a dover star dietro a lui. Il canto in lingue diverse è anche un un modo per integrarsi e sentirsi più uniti.

PER SAPERNE DI PIU’

Monica Zappaterra

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