Brera all’avanguardia.


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La Pinacoteca di Brera, aperta al pubblico nel 1809, è una galleria nazionale d’arte antica e moderna. Essa si trova nell’omonimo palazzo, dove hanno sede anche altre istituzioni culturali, come ad esempio la Biblioteca Braidense, l’Osservatorio Astronomico, l’Orto Botanico, l’Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere e l’Accademia di Belle Arti.  Solo nell’ottobre 2018 si è concluso il riallestimento di tutte e 38 le sale. 

La pinacoteca di Brera, oltre ad essere una galleria d’arte ricca di numerosissime tele, è inoltre in prima linea nella battaglia per il restauro di opere vittime del tempo, ma anche di restauri errati, svolti in tempi in cui non si avevano mezzi a disposizione adeguati per far eseguire restauri a regola d’arte; la pinacoteca milanese si occupa inoltre del recupero e della valorizzazione di opere trafugate e ritrovate.

Il restauro è infatti un’attività legata allamanutenzione, al recupero, al ripristino e alla conservazione delle opere d’arte, dei beni culturali, dei monumenti e in generale dei manufatti storici al quale venga riconosciuto un particolare valore.

All’interno della stessa Pinacoteca vi è un laboratorio dedicato al restauro, un box in vetro trasparente dentro il quale lavorano molti tecnici, il tutto sotto lo sguardo dei visitatori. Esso è dotato di strumentazione all’avanguardia con cui vengono restaurati i dipinti (raggi ultravioletti, solventi per la pulitura, lenti per ingrandimenti, ecc.); infine un grande schermo rivolto verso lo spettatore consente al visitatore di conoscere, attraverso filmati e immagini, la storia dei dipinti in corso di restauro.

Perché restaurare opere artistiche, ma soprattutto, in che cosa consiste il restauro?

Le opere di restauro possono essere effettuate in diverse strutture, anche di rilevante importanza storica e artistica, per questo motivo devono essere fatte con modalità accurate e dettagliate.
All’interno dei laboratori di ricerca e applicazione della galleria sono presenti molteplici esperti che sono in continuo aggiornamento sulle novità con cui riportare al loro splendore tutte le opere della pinacoteca.

Il tempo rende gli oggetti più fragili: i dipinti vengono ricoperti lentamente da una patina giallastra o grigia, che col tempo si accumula inevitabilmente e arriva ad offuscare i colori, le sculture possono perdere frammenti, le tele possono perdere parte del colore originale, bucarsi o addirittura strapparsi, inoltre, possono essere oggetto di danneggiamenti e manomissioni.

Come si agisce in questi casi?

Uno degli aspetti più controversi delle operazioni di restauro dei dipinti riguarda la modalità con la quale mettere mano all’opera: per alcune correnti di pensiero è intollerabile e inamissibile la pratica  di rifarne una parte e dunque di apportare una modifica all’opera d’arte oggetto del restauro. Nei secoli scorsi, infatti, il restauro era inteso soprattutto come ricostruzione, non ci si preoccupava minimamente di alterare l’identità storica dell’opera d’arte da restaurare.

Fino al XVIII secolo il restauro non era considerato un mestiere autonomo: solo a partire dalla fine del Settecento, il restauro acquisisce una propria autonomia dalle altre attività artistico-artigianali, distinguendo tra il pittore-restauratore, che si occupava di eventuali reintegrazioni pittoriche, e gli artigiani specializzati nel restauro meccanico, che si occupavano delle altre operazioni, quali ad esempio il riadattamento delle cornici, la fermatura dell’intonaco degli affreschi, il trasporto e distacco delle pitture murali, le puliture.

Tuttavia questo tipo di restauro in voga fino alla prima metà del secolo scorso prevedeva in alcuni casi il rifacimento totale o parziale dell’opera, quando questa fosse andata distrutta, come nel caso di una statua senza braccia o senza testa. Il motivo principale che stava alla base di qualsiasi attività di conservazione e restauro dell’opera d’arte era dunque legato alla rimessa in ripristino dell’opera stessa. Questo tipo di approccio al restauro è stato superato nel 1950 con la pubblicazione della Teoria del Restauro di Cesare Brandi: secondo cui lo scopo del restauro è quello di ristabilire l’unità potenziale dell’opera d’arte. Di conseguenza, in presenza di lacune, l’intervento del restauratore dovrà essere riconoscibile ma non evidente, per non entrare in competizione con l’originale e per non alterarne l’identità storica.  

In ambito pittorico questo si traduce con la reintegrazione pittorica a rigatino: il ritocco pittorico viene fatto stendendo il colore con una serie di trattini sottilissimi accostati fra loro, in modo che da lontano sia perfettamente concordante con il resto dell’opera, ristabilendone la leggibilità, mentre da vicino sia subito riconoscibile ad occhio nudo e distinguibile dalla pittura originale. In passato, invece, le mancanze pittoriche venivano colmate col colore che il più delle volte andava oltre la lacuna stessa, arrivando nei casi peggiori a ricoprire l’intero dipinto, che di conseguenza, veniva rovinato per sempre.
I materiali oggi impiegati nell’ambito del restauro delle opere d’arte devono essere eliminabili in qualsiasi momento senza lasciare alcuna traccia sull’opera stessa, in modo da poter intervenire di nuovo in futuro, qualora se ne presentasse la necessità. Infine l’azione del restauro, oltre a prevedere un’indagine filologica sull’opera d’arte, deve ripudiare ogni tecnica simulatoria diretta a creare un falso estetico o un falso storico.

Uno degli esempi più eclatanti di restauro della pinacoteca di Brera

è quello dell’Autoritratto di Francesco Hayez, iniziato a gennaio 2018 è stato concluso ad aprile dello stesso anno.

L’opera era considerata dal pittore tra le sue migliori: selezionata con altre sei nel 1855 per rappresentarne il lavoro all’Esposizione Universale di Parigi, rimase nello studio del maestro fino alla morte, nel 1882, e quindi fu donata alla Pinacoteca dalla figlia adottiva Angiolina. Il dipinto è firmato in corsivo a pennello: Fran. Hayez / Italiano della città di Venezia / dipinse 1848.

Il restauro, effettuato all’interno del Laboratorio di restauro trasparente della sala XVIII, si è reso necessario in quanto il dipinto appariva appesantito dall’ossidazione della vernice superficiale, opacizzata ed ingiallita; inoltre, lungo il perimetro andavano fissati alcuni piccoli sollevamenti del colore che si erano formati a contatto della cornice.

Prima del restauro il dipinto è stato oggetto di un’accurata campagna, che comprende riprese in luce diffusa e radente, macrofotografie e fotografie al microscopio, infrarosso falso colore, fluorescenza ultravioletta, spettrometria in riflettenza. Gli esiti e le osservazioni dirette dell’opera hanno consentito di approfondire la conoscenza della tecnica dell’artista, permettendo di impostare ogni fase dell’intervento di restauro.

La tecnica pittorica

La superficie è stata inizialmente preparata con uno strato omogeneo rosato, sul quale sono stesi gli strati pittorici ottenuti con fluide campiture ad olio, maggiormente corpose in corrispondenza delle lumeggiature e della veste nera.

Restauri precedenti e stato di conservazione

Il dipinto ha subito, in data non documentata, un precedente intervento di restauro; sono infatti visibili alcuni ritocchi puntuali e una vernice a base di resina naturale, non originale, è stata stesa sulla superficie dell’opera già montata in cornice. Fortunatamente il precedente restauro non ha indebolito le stesure pittoriche, ricche di trasparenti velature nell’incarnato e nel panneggio rosso. Alcune piccole cadute di colore e minime abrasioni sono visibili, soprattutto lungo i bordi.

Intervento di restauro

Dopo la rimozione del particellato incoerente con pennelli ed aspiratori a bassa intensità, e una prima superficiale pulitura realizzata con un tensioattivo, si è proceduto con l’assottigliamento della vernice ossidata.
Pienamente recuperata nella luminosità e brillantezza del colore, l’opera entrerà a far parte del nuovo allestimento della collezione ottocentesca del museo per poter incantare i nostri occhi.

e qui, una visita virtuale alla Pinacotca:

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