Le banalità del male di Hannah Arendt


Il libro, scritto dall’autrice tedesca nel 1964 immediatamente dopo la fine del processo e la condanna a morte di Adolf Eichmann, si delinea come un saggio filosofico e storico che riassume le 120 sedute del processo e ne esamina le condizioni sociali e politiche.

Adolf Otto Eichmann, scappato in Argentina in seguito alla sconfitta della Germania nazista nella seconda guerra mondiale, fu arrestato nel 1961 dalla polizia israeliana e processato per genocidio a Gerusalemme. Eichmann, che non proveniva dalla borghesia ma dal ceto medio, si aggregò al movimento nazista nel 1932 tramite consiglio di un amico; non aveva mai letto il Mein Kampf, bensì molti libri sugli ebrei, dai quali imparò molto benne l’yiddish (la lingua ebraica) e molte informazioni sulla loro cultura e tradizioni, tanto che riuscì a distinguersi tra le SS come un esperto in “questioni ebraiche”. Gli fu quindi affidato un posto nell’ufficio delle questioni ebraiche, nel quale lavorò per il resto della sua carriera, ed attribuendosi il merito di strategie non sue per l’evacuazione degli ebrei, come ad esempio quella di far pagare una tassa per l’espatrio e di creare un regno ebraico in Madagascar, fu in grado di scalare molto lentamente le gerarchie naziste.

L’autrice delinea quindi la figura di Eichmann come quella di un uomo mediocre, che vive di idee altrui e si attribuisce meriti che non ha pur di sfuggire alla mediocrità, ma anche di un uomo che non si rendeva conto se le sue azioni fossero giuste o sbagliate, poiché ciò che egli faceva era solo obbedire alle regole, e per ciò anche al processo egli si dichiarò un cittadino ligio alle regole.

Durante la conferenza di Wannsee, Hitler dichiarò apertamente ai propri ufficiali l’idea della soluzione finale, con la quale Eichmann non fu mai pienamente d’accordo, poiché anche per un “buon cittadino” come lui un massacro così grande parve eccessivo. Nonostante ciò, Eichmann fu affidato all’ufficio per l’emigrazione, diventando l’amministratore della macchina della morte: egli requisiva treni e pianificava gli spostamenti in base alla capacità di ricezione dei campi di concentramento.

Fu così che lavorò in Francia, in Italia e nei paesi del Nord Europa  senza mai intaccare la sua buona condotta, e nei paesi orientali dove, invece, secondo l’accusa egli fu responsabile di veri e propri crimini, che però non furono mai scoperti a causa della distruzione delle prove da parte dei nazisti. Nonostante ciò la sentenza lo riconobbe responsabile di crimini contro gli ebrei e crimini contro l’umanità; fu accettata la tesi secondo cui egli avrebbe solo reso possibile lo sterminio, ma non lo avrebbe messo in atto personalmente.

Questo è un punto fondamentale secondo la Arendt per capire come sia stato possibile l’Olocausto: nessuno era responsabile, o meglio, nessuno percepiva se stesso come tale; facevano solo il proprio lavoro. Eichmann stesso si sentì vittima di un’ingiustizia, ed era profondamente convinto di star pagando per le colpe degli altri: dopotutto, lui era solo un burocrate che faceva il proprio lavoro, ed incidentalmente, questo coincideva con un crimine.

In conclusione la Arendt afferma che il processo, nonostante la sentenza pronunciata, non fu del tutto soddisfacente, poiché, come nel caso di Norimberga, non fu trovato nessun valido motivo per accusare veramente Eichmann, perché tutto quello che faceva era autorizzato dalle leggi dello stato che coincidevano con la volontà di Hitler; la sentenza pronunciata fu fatta quindi tramite mezzi sbagliati, ovvero le leggi israeliane, che non coincidevano con le leggi della Germania nazista.

Michele Panebianco, 5F

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